sabato 29 dicembre 2007

Mamma, mamma! Lasciami andare a vedere i Cure!


E’ il piovoso Febbraio del 1979. Il mio hit preferito per addormentarmi, accanto alle canzoncine della nonna è KILLING AN ARAB, una febbricitante storia di morte, razzismo e intemperanze cardiache in un paesaggio da incubo. Insomma il top per ogni pargolo del tempo. Giugno del 79. Ho quasi quattro anni e me la passo bene. Nella vecchia e fatiscente Londra, tre ragazzi immaginari del primo anno delle superiori cantano BOYS DON’T CRY. Mi faccio prendere dal messaggio e la faccio finita con il mio hobby preferito: frignare. Resisto senza un cedimento davanti a Furia Cavallo del West, ma anche a prove più impegnative, tipo Candy Candy o Dolce Remì, e, per la prima volta, sono orgoglioso di me stesso: per smettere di innaffiare il letto ci sarà tempo. L’assolo di chitarra romana ad inizio del pezzo mi fa salire l’adrenalina più della confezione da 12 delle Girella. Novembre 79: per il mio compleanno mi faccio regalare il singolone di JUMPING SOMEONE ELSE’S TRAIN. Mio padre ci rimane male perché voleva l’Autopista Polistil per fare Piquet contro Arnoux. Le bambine del condominio la pensano diversamente. Marzo 1980. All’asilo non me la passo tanto bene. L’ambiente è ostile e l’adolescenza mi rende inquieto. Inquietante anche il giro di basso di A FOREST. Il video, invece, è stupendo. Mi fa sentire parte di un qualcosa che ancora non so comprendere, figuriamoci spiegare, ma chi c’è passato sa di che cosa parlo (eh, che frase per un 5enne…). Marzo 981. Nelle balere di Brighton e sugli asettici arredi di Bath, accanto al Two-tone ed all’ondata ska, troneggia PRIMARY, in assoluto uno dei pezzi miei preferiti dei ragazzi. All’asilo non me la fanno sentire ed è la volta che porto le mie scarpette da ginnastica fuori dall’istituto senza voltarmi indietro. Ma pensando che il futuro non potrà essere che migliore. Ottobre 1980. Devo iniziare la scuola. Sono combattuto ed umorale per sta cosa. La Band lo comprende e fa uscire per me CHARLOTTE SOMETIMES. Pezzo di una bellezza malinconica e devastante. La canzone di tutti gli autunni della mia vita. Capisco che Smith e soci sono con me e affronto l’incombente del banco di formica senza troppi indugi. Luglio ’82. In parallelo con la sbornia dei Mondiali che mi ha fatto comprendere il concetto di “nazione” (ovvero, un complesso di persone che quando vince qualcosa perdona ai propri simili di averli odiati per il resto della propria vita), tra un autoradio sopra la finestra e una crema da barba alla menta, sento il gruppo di ragazzotti inglesi che fa uscire THE HANGING GARDEN, la cosa in assoluto più scura ed invernale che abbia mai partorito un’estate. Capisco, nei pochi minuti del primo ascolto, l’unico che conta, che la superficie delle cose, a volte, non corrisponde alla realtà e che quest’ultima ha tante facce quanti sono gli occhi che la guardano. Intanto la mia timidezza proverbiale giunge a livelli da Pronto Soccorso. Ma l’annata è propizia, nonostante i pareggi con Spagna e Germania Ovest abbiano fatto chinare il mento agli albionici e, con perfetto tempismo (grazie, cari…), i mitici, due giorni prima del mio compleanno, sfornano un hit-single da paura: LET’S GO TO BED, con un ritmo da codice penale (ma, ancora adesso non capisco bene perché volevano mandarmi a dormire così presto). Scorrono le stagioni, di pari passo con le formazioni della band, più vorticose delle gambe di Heather Parisi: in un nulla, tra un kubo di rubik ed il mio primo Commodore 64 (fornito con un gioco imbarazzante in cui si deve ricostruire un puzzle con le fattezze di Reagan, Thatcher, Mitterrand), mi ritrovo in un assolato ed affusolato giugno dell’83 (poco prima di partire per le mie famose vacanze..) il gruppo, al grido di “voglio vederti danzare”, edita THE WALK, ultimo hit single del periodo autenticamente dark, prima dello sfavillio delle successive gerarchie. L’umore dell’Occidente liberato non è dei migliori, ma i Nostri, con un contropiede degno del miglior Zibì Boniek, regalano, sul finire dell’ottobre omonimo, la canzone pop per eccellenza: THE LOVECATS in tre minuti ribalta sul dancefloor ogni convenzione a proposito del rock dell’oscurità e del malcontento praticato sin qui, con un ritornello che rende accattivanti anche Reagan e la Thatcher. Il videoclip mi fa venir voglia di partire per lo U.K. senza indugio. L’84 mi trova già uomo fatto, con pantaloni lunghi e personalità. Mastico per la prima volta il chewing-gum e non svengo se mi sbuccio le ginocchia. La primavera è un frullatore nello stomaco. L’anno è fondato su due giaculatorie: Platini – Giresse – Tigana – Fernandez. L’università del calcio con le bollicine di champagne. E Smith – Tolhurst – Anderson. THE CATERPILLAR è la filastrocca da antologia del buonumore, nonché la mia canzone preferita in assoluto, quando sono felice. Mi sveglio tutte le mattine con quel pezzo, sperando che indirizzi bene la giornata. Spesso non serve a niente. Sbaglio gol a porta vuota, sul campetto e nella vita, ma non mi sostituiscono più. E quella filastrocca mi tiene compagnia quando serve. E’ la mia droga e non mi può far male. Trascorre un anno tutto prima che i ragazzi mi mandino un messaggio nuovo. Nel frattempo girano il mondo in Tour, ammaliando folle e nazioni, aizzando balli e sconforti. Io, nel mentre, vado ad Albisola e Sampeyre. Al mare, in un negozietto sopra la focacceria, compro INBETWEEN DAYS, il singolo con le facce dei fantastici 5 colorate in reverse. Quel design mi fa impazzire. E’ lo stesso dei manifesti dei loro concerti, ma io non ne vedrò mai uno. In paga, consumo il disco, che raccoglie consensi (non era mai accaduto, e non era mia intenzione) addirittura tra gli amici dell’epoca. Quattro minuti di ottimismo ed autostima corroborati da un testo solo apparentemente innocuo. Ed in regalo, il miglior lato B della carriera: THE EXPLODING BOY, che la leggenda vuole esser dedicato all’ingrassato lìder Robertsmith in un rigurgito di conspevolezza. Inizio a giocare a tennis: la tecnica è buona, ma un atleta è una cosa diversa. Settembre 1985. Le radio cantano forte ed i ragazzi alzano il tiro, mentre io inizio la quinta elementare. Uno strike imperiale. Un tiro da tre da 9 metri. Un fuoricampo sulla tangenziale. Dagli altoparlanti e dalle cuffiette esce CLOSE TO ME. Un mosaico di colori. In assoluto il videoclip più bello mai sfornato dal gruppo, sotto le mani sapienti del fido Tim Pope. Anche gli inverni nebbiosi in collina sembrano eccitanti odissee sotto il cielo cangiante di Londra, che con quel sottofondo viene instaurato contro il soffitto della mia cameretta. Il pezzo segna la cuspide siderale della fine della mia infanzia. Si entra nel grande portone delle Medie. Gel e Coca-Cola rimpiazzano frangetta e uovosbattuto. L’87 vede i prodi guerrieri del dark-pop produrre l’effervescente quanto scombinata coppia di successi (tra Aprile ed Ottobre) di WHY CAN’T I BE YOU e JUST LIKE HEAVEN. Singoli tanto amati quanto bistrattati (dal pubblico e da me). Nel mentre passo dalla seconda alla terza. Vado in bici e becco legnate a tennis. Il tempo delle medie è tutto qui. Al Liceo si suona un’altra musica, ed i miei idoli musicali ben lo comprendono. Tra corridoi post-moderni e lezioni incomprensibili, i medesimi calano l’asso di bastoni. E’ l’Aprile 89 ed esce dalle radio LULLABY, il pezzo in assoluto più bello e stereofonicamente perfetto della carriera. Il singolo cupo e brillante che ogni rock band sogna. O, almeno, io la vedo così. Condito dal video delirante che affascina le folle ed i cinofili intellettuali. Sono pronto ad affrontare la vita quasi da adulto, ed ad esser rimandato in tre materie, mettendo in soffitta la mia boria da terzamedia. Tragica scelta estiva: rinunciare alle vacanze o trascurare i Mondiali di Italia 90? Ci penso un minuto, e poi mi godo tutte le partite della “rassegna iridata” (coll’indimenticabile corollario di BaggioSchillaciZengaCaniggiaOmambiyik), lasciando ad Agosto l’arduo compito di riabilitarmi agli occhi della società. Agosto che si chiude con la stampa di LOVESONG, ballatona strappacuore che rapisce con la sua semplicità, cucita apposta per far da colonna sonora alla mia seconda adolescenza (ne seguono almeno altre tre). Maggio 92. Al terzo anno, a braccetto con l’ingresso nella mia vita di Filosofia, ma con ben altra e soverchia importanza nella formazione del mio pensiero individuale, irrompe FRIDAY I’M IN LOVE, che violenta le classifiche ed invade persino luoghi blasfemi come Mtv, RadioDeejay e, udite udite, ItaliaUno. Ogni volta che lo ascolto m’irradia di gioia il corpo. M’innamoro di tutto. Non lo so ancora mentre lo ascolto, ma sarà l’ultimo singolo dei Cure che mi cambia la vita. Dicembre 2007. Sono passati 15 anni dall’album WISH. Poi raccolte, edizioni deluxe, altri dischi, videoclip, nuovi membri della band vestiti da ragionieri. Ma nessun singolo più per il quale sbriciolare i fogli del calendario. Ehi! Parte il nuovo tour mondiale! Mamma, mamma! Lasciami avere ciò che voglio: andare a vedere i Cure.

venerdì 7 settembre 2007

Monk.


Il programma televisivo che più piace a noi Capelloni squattrinati è, si sa, Dharma & Greg, ci fa impazzire anche solo recitarne il nome. Ma se c’è una cosa cui non possiamo rinunciare è il telefilm sul detective Monk. L’ipocondriaco personaggio, investigatore scontroso e maniaco compulsivo è entrato nei nostri caldi cuori come un terzino in tackle duro. Ora in Italia non lo trasmettono più, e ci dispiace un po’. Ci dispiace un po’, in effetti, dover lasciare il Paese ed emigrare all’estero per vedere Monk, ma è quello che faremo di qui a poco, se non ce lo ridaranno.
Il fatto è che Monk è un personaggio TROPPO rock n roll.
Ricapitoliamo i fatti. Anzitutto, se ne frega di tutti gli altri (80 punti RnR)! Poi è gentile con tutti e non vorrebbe mai prevaricare le persone (45 punti RnR). E’ attento ai particolari e sa che lì si cela il vero senso della vita (77 punti RnR). E’ perennemente in lotta con sé stesso (50 punti RnR). Ma soprattutto, è un gran figo senza dover scendere a patti con gli stereotipi per esserlo (666 punti RnR). In buona sostanza, come direbbe lo zio di Johnny Stecchino, Monk è il Mick Jagger degli investigatori, il Kurt Cobain dei detectives, il Maigret dell’underground, il Joe Strummer dei piedipiatti, il Derrick dell’hardcore. Qualcuno, dall’altra parte dell’oceano sostiene addirittura che Paul McCartney sia morto da tempo e che quello che suona adesso in giro sia Monk. O che Monk sia il clown degli Slipknot. Il che conferma la nostra tesi personalissima, ovvero che Monk e Mike Patton siano la stessa persona. (Pardon, Genio).

Per protestare vibratamente contro la sospensione della serie tv Monk, scrivete a :
http://www.mediaset.it/brand/rete4/programma/schedaprogramma_758.shtml?form_

Jackscrews of emptyness


Una delle cose migliori che ho vissuto nel mio soggiorno a Saint Mirren fu senz’altro la svolta emo-core dei Dazzling Fury. Avevo appena finito di buttar giù una roba per la compilation dell’etichetta NO.1 e stavo gigioneggiando al pub, tra uno Scozia Irlanda di rugby ed il torneo regionale di freccette, che accendeva gli animi più di un discorso elettorale. Disegnavo le copertine per i dischi dei piccoli gruppi della zona, tentando di raggranellare la razione settimanale di fish&chips, ed in quel momento non avevo granchè da fare. La mia amata Joleanne mi aveva mollato per un nuovo guardaroba di classe, ed i vecchi amici eran scesi in sciopero contro la mia nuova vena di scontrosità. Avevo la verve di un aspirapolvere scollegato e la presentabilità di un tossicodipendente reduce da varicella. Fu a quel tavolo del Ginger Roomy Pub che mi svegliò il piccolo Toby Toddle, urlando a squarciagola “SALA PROVE!”, come se a quel grido avesse dovuto partire un reggimento di cavalleria contro il nemico arrembante alle porte. La sala prove era un ex frigo di un ex macelleria dove, in quel momento, ex giovani smanettavano su strumenti che avevan visto tempi migliori. Mi chiesi subito perché lo avessi seguito. L’odore di fritto e cavi bruciati copriva a malapena quello di spazzatura marcescente sul vicolo di fronte, annichilendo ogni ipotesi di appetito. Gary, Fran e Trujillo stavano esaltati come meloni di fronte alla primavera. Gary è sudicio e volgare nel proprio atteggiarsi a rockstar dei bassifondi, con la sua aria sgualcita da poeta francese morto suicida e reincarnatosi in una ballerina. Fran si veste male e perde tempo, irrita gli altri e incita alla violenza. Trujillo c’entra nel tutto come una duchessa in una miniera di rame, suona per vivere e non lo fa bene. Insieme formano i Dazzling Fury per finire gli alcolici avanzati nei pubs e cercare la terza via tra scrivania e riformatorio. Alla base del gioco, sentirsi grandi senza smettere di essere giovani. La cosa stava prendendo una brutta piega da un po’. Da quando un tizio barbuto di nome Uri Glove era stato chiamato al loro posto per suonare nella “Battaglia degli scantinati” di Granville Town, l’umore era oscillante tra il funereo e il Dracula. Il rock scheletrico dei primi tempi batteva i denti e la new wawe sapeva di seconda mano più di una Vauxhall col mangianastri. Ma quel pomeriggio era entrato tutto: tre pezzi nuovi e due ballate fuori sincrono da sminuzzare. La perfetta fusione tra il garage degli esordi ed il cinema francese: guerra e spocchia, dentisti e poeti, ansia e vendetta, furia e termoregolazione, occasioni perse e coppe del mondo regalate ai parenti. La svolta c’era stata ed era meglio di come tutti la pensassero. Proprio come quelle vecchie e sudicie scarpe da ginnastica, ora il mondo sarebbe stato ai loro piedi.
(! – continua!)

Difficult to cure.


Mi ricordo di quand’ero un ragazzo – all’incirca 15 anni – un adolescente confuso e costipato, negli anni del cambiamento. Partecipavo alle lezioni di un istituto tecnico, sarà stato il 1976. Il mio hobby era incidere sui banchi verdi di formica della scuola i nomi dei gruppi heavy metal che seguivo con grande trasporto. Il mio secondo hobby era incidere sulle panchine di legno i nomi dei gruppi heavy metal. Il mio terzo hobby era scrivere col pennarello sui muri dei bagni i nomi dei gruppi heavy metal. Ogni tanto scrivevo il nome di qualche ragazza, per far capire a me stesso che non ero un bambino. Tutti i miei amici portavano capelli lunghi, e giubbotti di pelle nera, o giubbotti di jeans con toppe cucite. Erano tutti bravi ragazzi, proprio buoni, non avrebbero fatto male ad un ratto. La sensazione più viva – me lo ricordo bene – è il freddo che provavo alle fermate del bus. Più c’era da aspettare, più il freddo aumentava, umido, tagliente, sgradevole come una malattia. Ogni tanto faceva così freddo, che mi usciva il sangue dal naso: ricordo chiaramente quel sapore di ferro sulla lingua, che scivolava in gola come uno sciroppo: l’acre sensazione della povertà. Pensavo che se fossi nato in Svezia, sarei morto da piccolo, come un cugino di mio nonno. Oppure avrei passato la vita al chiuso: casa, scuola, lavoro, sala da ballo, tutto al chiuso, sino all’ospedale ed al cimitero. Un’altra cosa che ricordo è che ero sempre raffreddato: sarà stato tutto quel freddo, o un’allergia mai scoperta. La città in cui vivevo era moderna, sporca, costipata e fredda. Anche d’estate era fredda: certo, saliva di molto la temperatura, ma era comunque fredda dentro, le panchine erano dure, le biblioteche tristi e gli amici migliori avevano sempre qualche parente al sud da raggiungere per un mese di mare di cui lamentarsi per troppa noia. La scuola era, insieme, uno strazio, una penitenza ed una vergogna. E mi piaceva, tra l’altro. Cioè, mi sarebbe piaciuto esser bravo a scuola, e poterla amare. Ma nelle mie condizioni mi portava, al massimo, ad alternare al rancore per gli insegnanti una speranza insensata di cambiamento, sempre frustrata, ma sempre viva. La mia famiglia mi amava, i miei amici mi amavano, persino i professori erano attratti dalla mia curiosa insensibilità e dalla svogliata pacatezza con cui affrontavo i giorni, come se oltre a girare il calendario, non avessero altra utilità. Con un po’ di soldi, o del talento, o della forza di volontà appena accennata, avrei persino potuto avere una ragazza, ed allora avrei fatto della timidezza un vezzo e della pigrizia un passatempo snob. Ma ciò, non successe mai, negli anni ’70.
(1- continua)

venerdì 27 luglio 2007

Sonic Youth.


Per chi capisce la musica, la musica è matematica. Per chi non capisce la musica, la musica è religione. Quando il Gruppo sale sul palco, le candele sono già accese e le fronti imperlate. I fedeli aggrottano le sopracciglia, in uno sforzo di udire l’inudibile: sfumature, accenni, occhiate, sospiri. Misurano le note adorando i watt e soffiano nella sera nuvole tiepide di piacere. Ogni canzone è una preghiera, ogni attacco una lode, ogni assolo un inno. I sacerdoti officiano il nuovo rito con fare disinvolto, tesi a non dare a vedere quanto percepiscono dagli sguardi perduti nelle teste ondeggianti. Sanno bene che le proprie solitudini non possono appiccicarsi a quelle degli spettatori, che vengono per essere guariti e non devono guarire. Almeno, non devono guarire chi è ammalato di quell’unica malattia che non può mai passare: l’adolescenza. Chi la cerca tutta la vita, sa già che non l’avrà. Chi cerca di sbarazzarsene, se la ritrova sotto il letto, nelle fessure dei termosifoni e sulle coccinelle attaccate agli asciugamani stesi. Ma il bassista queste cose, le sa. E sa che tutti lo vedono, mentre legge nelle menti di chi ascolta, e sa che non può fare a meno di farlo. Ogni ritornello è un’illuminazione, ogni verso un alleluia, ogni silenzio un’invocazione. Dopo i primi pezzi, un dolce calore mi avvolge le spalle, come un piacevole stordimento; allungo le braccia e faccio scrocchiare le ossa del collo. Mi sento creativo e profondo, diverso e popolare, radioso e protetto, ondeggio come un insegna gonfiabile in una stazione di servizio.

lunedì 23 luglio 2007

omunicazione i ervizio


ome otete otare,
al 3 uglio l ervello i ondo apellone . n acanza.

' tato esignato . arlarVi l uo ancreas al omitato i edazione.

cco er oi na ella .jpg on ui assare l empo n ttesa el uturo.

h! 'è nche o ciopero elle rime ettere elle arole n uesti iorni!

lunedì 2 luglio 2007

A nightmare of you of a death in the pool


Paddy schiocca le dita e regala una faccetta buffa, strizzando l’occhio con fare ammiccante.
All’altra estremità del bancone ricoperto da azulejos verde-rosa, Paulo Alves sta tracannando la sua ginginha, fingendo, come spesso il venerdì sera, di essere sordo e cieco ai richiami della strada, che va riempiendosi di colori e strategie d’approccio e ballo. Il biliardo del retro negozio riempie l’atmosfera di colpi secchi e imprecazioni sussurrate, in un balletto concordato, dove lo Stravijnsky di turno si conquista l’amore dell’uditorio con movenze da pavone. Stasera è il turno di Ricardo Pasteis, con la sua camicia caciarona e il suo muso da topo di campagna in vacanza nella metropoli.
Inarca la schiena e sferra il colpo, mentre attorno i mugugni dei perdenti rimbalzano sulle pareti sporche pitturate di fresco e si perdono nelle note strascicate di un Fado em mìm.
Sfortunato in amore… – chiosa il Pasteis, stirandosi le basette come un gagà.
E’ che sei troppo superiore… – lo fomenta Alex Tupaskiy, col suo accento tzigano
Morire se una volta mi salta un giro di Bock… – rincara Jimmy Pelourinho, aggrappato con lo sguardo al poster di Rui Costa, quasi per non cadere dallo sgabello mal posizionato, mentre conta le monete che lo separano dall’ultima bevuta.
Entra trafelato Tavares Corcovado, con l’ombra in faccia di chi ha visto un morto resuscitare nel proprio salotto, proprio dietro l’abat-jour.
- Se non m’arrestano stasera, divento vegano! – esclama, ammorbando l’aria di agitazione repressa, un sentimento che in quei locali non si avvertiva dal ’68.
- Che hai fatto, puzzone? – lo incoraggia uno
- Su, lascia giocare! – incalza l’altro
- Nervoso come sempre! – lo consola il terzo
- Stavo come al solito impegnato a disegnare stencil sui muri del bairro alto, quando, in uno slancio d’autore, ho colorato la faccia disegnata di una vecchia affacciata alla finestra del lato scala interno A. Non era una faccia disegnata come pensavo, ma un volto umano, attaccato a un collo umano di vecchia gallina… - ammette lo sconsolato
- E ti son stati addosso i gendarmi?
- Macchè, i familiari di Dona Rumenta, la vecchia di cui sopra, mi hann’inseguito coi matterelli, ho fatto il giro a piedi, fino all’Alcobaça…peste mi colga…
Paddy si guarda le unghie, e, sospirando, colora l’aria di sbuffi di antico Jameson.

(1- continua)

mercoledì 27 giugno 2007

Life begins at the hop


La canzone ideale per prepararsi ad uscire e divertirsi, tra le 6 e le 7 del sabato sera, con ancora “Top of the Pops” negli occhi, e le prime immagini del calcio giocato, dopo una settimana di chiacchiere, è, senza dubbi, “Life begins at the hop” degli XTC, gruppone inglese di fine settanta-inizio ottanta, o, almeno, così credo, dai giornali dell’epoca s’apprende poco..
Il pezzo, in sé, non è altro che un trascinante chumbawamba di percussioni e coretti che mi rapiscono il fondo dello stomaco, rovesciandolo come un calciobalilla per fare uscire la pallina incastrata, ma c’è dell’altro.
Pare che, scenograficamente parlando, sia quel perentorio “Life begins at the hooop..Boys and giiiirls!”, che mi spinge alla chiamata imperativa: scatta il tempo del bagordo e della ciacola selvaggia. La pensa così quel ramo del lago di Killarney che volge a Mortlock, dove le moto d’acqua impennano le imprecazioni dei turisti, peggio del geyser di mezzanotte, sotto la falce di luna a martello sul mare, in un fervido cielo comunista.
Comunque sia, aspettavo sul cancello il primo amico, che doveva inarcare la serata, innescando la solita balalaika di gozzoviglie, canticchiando il succitato motivetto con fare da boy-scout, quando vidi la strada, già umida di condensa serale, attraversata da una fila di preoccupazioni. Erano, ma non lo sapevo ancora, nonostante la mia aria da preveggente, le ombre della mia giornata, spessa e senza senso, guasta come una torta lasciata a lungo in frigo sul ripiano sbagliato.
Quando dovetti scegliere tra il bene e il male, scelsi il reggae, ed una ragazza col contorno occhi troppo marcato, che girava in casa con addosso la maglia di Brian Leetch, ma il tempo delle certezze se n’era andato, non eran più gli anni settanta.
Allora bastava una serenata di parole e un po’ di whiskey scozzese per orientare una vita, ma, oggi, un tecnico informatico vale meno di un cambio di direzione della banderuola fatta a forma di gallo sul tetto. Questo pensavo allora, e questo mi ricordo oggi, se penso a Life begins at the hop.

domenica 24 giugno 2007

Rock n roll all nite.


Dentro lo zaino, tutto il necessario. Cercasi nuovo alloggio sfitto. Una pila di moduli più morti che vivi e le tasche piene di biglietti usati. E…come dicono nelle canzoni? Tanta voglia di ricominciare.. Il tutto senza la voglia di ricominciare. L’autobus è più bagnato dentro che fuori, e la pioggia ha allagato le pozzanghere, di un nero brillante. Dopo due ore di sonno la cosa non è migliorata. I punti interrogativi nella mia testa sono come conigli in un prato e le certezze più assenti di un uomo onesto in un pub. Guardo me stesso da fuori, come fosse un’altra persona e provo frustrazione per quel poveretto. Potrei spendere tutte le mie sostanze in viaggi, fino all’esaurimento. Questo sì, vabbè, ma poi, da domani pomeriggio? Un nucleo di case, ad un tratto, è una piazza, e con la gente, persino. Mi incollo al vetro a guardare e rifletto, in trasparenza, la mia immagine. Al momento, non posso permettermi i colori. Gli uomini, imbastiti nei k-way e nei berretti osceni, ostentano disciplina. Le donne difendono costose permanenti. I ragazzini sollevano polveroni d’acqua, correndo come pixel in un videogame. Penso che, coi miei mezzi, potrei essere un intellettuale. Ma figurarmi il peggio non serve più. E’come ripercorrere il passato, cancellando i giorni tristi: un’inutile, quanto pretenzioso ghirigori.
Il mio amico Jeremiah Trust, quando, nel Lancashire, faceva strage di fanciulle, e surf sui reati minori, amava dire “ognuno è schiavo solo di sé stesso, oltre che, naturalmente, delle tasse”… che grande pensatore. Sembrava un tonto, ma oggi riempie gli stadi. Infatti, da due anni, installa i seggiolini blu.

mercoledì 20 giugno 2007

Un anno nella vita (cavallo nero in C5).


Un dentista è seduto in un bar.
Guarda la palla di vetro che ha in mano, la gira al contrario e fa cadere la neve sulle case.
Sogna le carie e la moglie, di cui ha nostalgia.
Ma è il dentista della mala e gli toccan solo i denti del giudizio.
Possibilmente abbreviato.

Questa è una storiella triste che girava, anni fa, in un pub di Limerick, quando passavo la sera con Johnny Boat e Tudon Tranquillity, facendomi chiamare Radon Bonk, come l'eroe dei fumetti che mi ero inventato sui banchi di scuola. Così, tanto per cambiare identità ogni qual volta mi tornasse comodo.
E comodo lo era davvero, il Bowery Glystrom, una catapecchia splendente di luce interiore, così lercia ed accomodata, da fare ombra al nascente supermarket che metteva i denti da latte nell'isolato a fianco.
In quel periodo, portavo i capelli tagliati "a scacchiera": tale taglio veniva così denominato, poichè il mio barbiere di fiducia, Lazlòtoz, amava, durante l'operazione di sistemazione della mia acconciatura, giocare a scacchi con alcuni amici abitudinari avventori del suo esercizio, il tutto con intuibile pregiudizio per il risultato finale del proprio lavoro. Ma, avendo investito l'intero mio capitale estivo nel catalogo integrale della 4AD, non potevo permettermi un Jean Louis David di circostanza.
E Limerick, sullo sfondo e dentro lo sfondo, città regale e chiatta fatiscente, di quell'anno me la ricordo come l'apparizione più degna. Una calda e frusciante sensazione di creatività, che, in ogni caso, non usciva mai da sè stessa, avvolgeva i nostri cuori ed appagava i nostri polomoni, come inchiostro di Pall Mall.
La "Città dei Coltelli", come da ambiguo ed abusato clichè per turisti maldestri, rivelava un'anima accorata, semplice e ansiosa di piacere a tutti, soprattutto a chi non sarebbe mai più tornato in quel posto di stracci. Il lato maledetto lo celava tra le mura amiche, dentro i bicchieri capovolti ad asciugare sugli scaffali dei bar.
Accidentalmente, e senza alcun preavviso, si era fatto il 92, Sarajevo era appena stata circondata dai Serbi, ed al cinema sarebbe stato l'Anno delle Iene. Nello stereo giravano Check your head e Slanted & Enchanted.
Stonati ed incantati lo eravamo pure noi tre, andando a zonzo dal mattino alla sera, cercando di riempire lo zaino con le colazioni degli alberghi dove non avevamo passato la notte.
Fu in una di quelle mattine, col sole a compasso e la nebbia negli occhi, che ho conosciuto i Nirvana.
(1-continua )

giovedì 31 maggio 2007

Bruci la città...

…ma su tutte le pentole sporche, sulle cartelle esattoriali, su tutti i tiri da tre sbagliati di un soffio, su tutte le lamiere infuocate nei parcheggi, su tutte le parole rimaste nello stomaco, su tutti i fari abbaglianti nella nebbia tiepida, su tutte le ginocchia sbucciate, su tutti i dischi rigati, sulle parole incrociate, sui bicipiti femorali sinistri strappati, sulle casacche da allenamento, sulla glassa delle meringhe, sui conigli nelle campagne, su tutte le scritte incise coi compassi sui banchi delle scuole, su tutte le canzoni intonate senza ritmo, su tutte le unghie masticate, su tutte le voci dei vocabolari, su tutti i baci al chewingum di fragola, su tutti gli accordi in la minore, sui verbi irregolari, sulle protesi al titanio, sul burro-cacao, su tutte le scarpe a mollo nei cessi, sui biglietti dei treni non obliterati, sulle memorie di 183, su tutti i fumetti con le pagine mancanti, sulle luci fulminate, sulle battaglie navali, sui carrelli dei supermercati, su tutti gli asciugamani usati per rimediare agli allagamenti, su tutti i format C:, su tutte le curve paraboliche, sui cappotti sdruciti, su tutte le ragazze passate di moda, su tutte le tovaglie di carta disegnate a biro, sui bicchieri di sherry svuotati di colpo, su tutti i termometri a 38e2, su tutti i dischi dei Firewater, sugli omicidi premeditati, sui lamponi e sugli aminoacidi, su tutte le schede bianche e le schede nulle, rimanga il Tuo sorriso.

mercoledì 30 maggio 2007

Theresa, give me that knife.


Il primo colpo sul naso lo senti per il rumore. Il secondo sulla testa è una tua reazione. La sequenza di faccia-a-faccia, guanto-a-guanto e collo-spalla la intuisci dal contatto del sudore e dalle palpebre intontite. E’ allora che guardi la prima volta fuori dal quadrato. E lei non ti guarda, ma si distrae con le amiche. Ti ributti nella mischia, ma è quasi una casualità. Tieni il tempo nella tua mente per non dare vantaggi e tieni in bocca la saliva; il saltello che opponi è quasi inoffensivo e suona come un gong. Alzi le mani, è quasi un gesto automatico. Anni di educazione al rispetto della Tua compagna. E’ in quel preciso istante che lei sferra la coltellata ed il tuo rosso cola sul flacone dello Svelto al Pompelmo e sui suoi guanti antisdrucciolo.

lunedì 28 maggio 2007

bionda senza averne l'aria

Quando Ed Mc Farlay veniva per le vacanze in Italia, non mancava mai di visitare almeno una decina di volte il suo locale preferito sul suolo tricolore: l’Autogrill.

Egli era schiavo di questa sua passione: amava perdersi tra gli scaffali iridescenti che offrivano consolazione al suo stanco viaggiare, di fronte a gentili commesse che gli sorridevano senza chiedere nulla in contropartita. Attraversava paesaggi monotoni per entrare nei magici tornelli che, a suo dire, dischiudevano il migliore dei mondi possibili: un mondo non ancora privo di personalità, come i grandi centri commerciali, che su ogni strada ed in ogni direzione poteva dargli quella sensazione di sicurezza e accoglienza che, ogni volta, ritrovava con calore.

Dopo aver fatto scorta di giornali, senza dimenticare di acquistare due o tre prodotti tipici, nell’angolo ad essi riservato, si lanciava in una di quelle offerte irrinunciabili, che tappezzavano il locale: un menù composito gli avrebbe garantito una giornata piena di conscio buonumore.
Davanti alla vetrina dei dolciumi, da qualche tempo, avevano fatto la loro comparsa gli animaletti di peluche a molla, che scattavano in buffi ghirigori non appena si premeva loro il ventre, o si tirava una coda, o la schiena. Non resisteva mai alla tentazione di sfrucugliarne un paio, creando ilarità nel pubblico circostante, o strappando un sorriso condiscendente sul volto della ragazza dietro al bancone.

Fu una di queste circostanze che lo mise in contatto cosmico con una giovane galassia di lentiggini, che stava sciacquando nervosamente alcune tazzine, soffiando con forza per sollevare la visiera del proprio berrettino d’ordinanza, o, forse per rimaneggiare i due chiari ciuffi penzolanti, che facevano da tergicristallo sulla fronte. La forza con cui l’ex adolescente si impegnava in un rituale tanto usuale, quanto inutile, gli fece salire una tenerezza inconsueta, e gli venne l’impulso di correre in aiuto della giovane, alzando il copricapo e sistemandole con cura i capelli. Sicuramente, lei avrebbe apprezzato, cogliendo in pieno quella sintonia di pensiero e quella prontezza d’azione che, da sempre, facevano di Ed un ragazzo prezioso ed amato. Principalmente da sé stesso.

Voltò lo sguardo attorno, per cercare la complicità di altri avventori, ma nessuno stazionava nell’Alemagna. Si impose di guardare fuori dal finestrone, verso il parcheggio, per analizzare la teoria di lamiere addormentate: solo un paio di tir scuri stavano abbandonati, come fossero stati una vita in una piazzola e mai a correre lungo le corsie.
Ruotando lo sguardo, incocciò le palpebre nervose della barista. E fu allora che prese la decisione:

In quell’attimo i due Hare Krishna, che erano entrati senza un brusio, gli fecero cadere addosso la colonna di lattine al tè verde, ed il rimbombo s’intuì fino al Casello successivo.

domenica 27 maggio 2007

Any given Sunday


In occasione della fine del campionato di calcio di serie A, condivido un brillante, nonchè commovente scritto reperito on the web, che, peraltro è di qualche anno fa, dedicandolo a chi, almeno una volta nella vita, è stato contagiato dal virus del fussball.


Fa parte delle abitudini innate, specie per gli appassionati del calcio: verso le 18, accendere la tv, ascoltare una sigla molto familiare e vedere i gol della giornata di campionato; �Novantesimo minuto�, insomma, insieme con �La Domenica Sportiva�la trasmissione di sport pi� celebre della Rai ma anche in assoluto.

Oggi la sua realizzazione, sia pure complessa, � pi� semplice di un tempo; ogni campo ha a disposizione il pullman esterno con montaggio e le immagini della partita trasmesse dalla pay-tv. Una volta, tutto era tremendamente pi� complicato, forse anche pi� romantico.

�Novantesimo� nasce nel 1970, con il nuovo campionato; i suoi ideatori, Maurizio Barendson e Paolo Valenti, sono capiredattori dello sport al Telegiornale. Barendson � il volto della �pagina sportiva� nei tg principali, l�uomo dei collegamenti pre-partita, dei risultati e dei commenti; Valenti � arrivato alla televisione dopo l�accorpamento delle redazioni dei radiocronisti in quella unica del Giornale Radio.
Fino a quel momento, lo sport in televisione la domenica era il secondo tempo registrato di una partita di calcio trasmesso alle 19 con telecronaca di Carosio o Martellini, il �Telegiornale sport� alle 19.45, e poi �La domenica sportiva� che presentava per prima i servizi con le immagini delle partite.

La radio, con �Tutto il calcio minuto per minuto� poteva trasmettere in diretta solo i secondi tempi, perch� la Lega calcio aveva paura che la simultanea potesse togliere pubblico agli stadi.

Un�idea come quella di �Novantesimo minuto� era quindi nel suo genere rivoluzionaria: andare in onda appena possibile secondo gli accordi con la Lega Calcio, non solo con risultati e classifiche di A e B, ma anche, l� dove possibile, con le immagini di qualche partita.

Barendson e Valenti conducevano dallo studio di Roma, si alternavano nel dare le notizie sulle partite o nel lanciare i pochi collegamenti presenti, che poi, piano piano, aumentavano. Alla fine Valenti leggeva � per la prima volta in televisione- i risultati di tutta la serie C. Registi della trasmissione, a domeniche alterne, erano Enzo De Pasquale ed Elena Amicucci.

In questa fase pionieristica far arrivare le immagini in pellicola in tempo utile per la trasmissione era un lavoro difficile. In genere, andava cos�: l�operatore girava il primo tempo, mentre il giornalista addetto segnava i momenti importanti. All�intervallo, un assistente, in auto o il pi� delle volte in moto, correva alla sede Rai pi� vicina con la �pizza� del primo tempo, che finiva subito nelle mani dello sviluppatore, e poi del montatore che assemblava le poche sequenze che sarebbero andate in onda. Nel frattempo si ripeteva la stessa operazione per il secondo tempo, qualche volta con l�ausilio di staffette della Polizia Stradale per liberare il traffico. Stessa trafila, e in genere le immagini erano pronte subito prima o durante la trasmissione.

Preziosissimo, come coordinatore giornalistico in regia, il lavoro del �terzo uomo� Remo Pascucci, che consentiva a Barendson e Valenti di procedere in video modificando se necessario la scaletta in corsa, senza che per questo la trasmissione ne risentisse o i telespettatori si accorgessero di qualcosa.

La formula �storica� di Novantesimo minuto, quella cara a noi tutti, prende corpo nel 1976, con la riforma della Rai; Barendson trasmigra al Tg 2 e Valenti rimane da solo al timone della trasmissione, caporedattore dei programmi sportivi della domenica pomeriggio del Tg 1.

Gradualmente, la pellicola sta cedendo il passo all�elettronico; le attrezzature leggere utilizzate per la videoregistrazione esterna professionale, sono sempre pi� pratiche da usare e consentono la post-produzione in tempo reale. Con la riforma, inoltre, anche le sedi regionali vengono gradualmente messe in condizione di andare in diretta, cosa finora consentita, oltre alla sede centrale di Roma, finora solo ai centri di produzione di Milano, Torino e Napoli.

A �Novantesimo minuto�, che cambia il suo logo iniziale in �90�minuto�, fanno cos� il loro ingresso i corrispondenti esterni: giornalisti delle sedi regionali, ognuno addetto alla squadra della propria citt� o regione, e in qualche caso anche tifoso (molti furono i richiami rivolti ad alcuni di loro).

Sono moltissimi i giornalisti delle sedi regionali che almeno una volta hanno avuto il loro momento di gloria commentando una partita per �Novantesimo�, ma alcuni di loro, clienti abituali, sono arrivati alla notoriet�: su tutti Tonino Carino, cronista di giudiziaria e sport della sede di Ancona con un debole per l�Ascoli del presidente Costantino Rozzi. La �erre� sdrucciolevole e un modo di presentarsi stile �pulcino indifeso� gli spalancarono le porte del successo. Poi Marcello Giannini da Firenze, che talvolta si perdeva nelle immagini (una volta Valenti dovette correggerlo in diretta perch� aveva detto Pesaola al posto di Passarella); Luigi Necco da Napoli, bravissimo improvvisatore, capace con la sua verve e con la sua mimica di reggere il video e tenere testa alla schiera di tifosi che lo attorniavano allo stadio durante il collegamento; Ferruccio Gard da Verona, giornalista-pittore della sede di Venezia prestato al calcio; Piero Pasini, grande cronista sportivo di Bologna che mor� per infarto allo stadio mentre stava seguendo una partita per �Tutto il calcio minuto per minuto�; Giorgio Bubba da Genova, espressione bonaria e vizio di mangiarsi ogni tanto le parole; sempre dalla sede genovese, anche Gianni Vasino (poi passato a Milano ma per seguire le lombarde non milanesi, come l�Atalanta) e Alfredo Liguori, che era anche il cognato di Valenti.

Ancora: da Perugia un giovanissimo Lamberto Sposini, Paolo Meattelli e Giampaolo Smuraglia che ora � il caporedattore della sede; da Cagliari Antonio Capitta e Luigi Coppola; da Torino Cesare Castellotti, Beppe Barletti, Pino Patti e Franco Costa; da Milano Marco Lucchini, in genere quello che meno di tutti si perdeva in commenti e si atteneva ai tempi; da Catanzaro Emanuele Giacoia, cronista molto bravo con una voce bellissima; da Pescara Mario Santarelli; da Trieste Maurizio Calligaris; da Avellino Maurizio Romano; da Catania Puccio Corona; da Ancona Sabatino D�Angelo e Giancarlo Trapanese; da Pisa il notarile Rolando Nutini; da Bari Franco Strippoli, il cui famoso �riporto� distoglieva l�attenzione sul fatto che fosse uno dei pi� bravi e preparati del gruppo; ad occuparsi delle partite di Roma era Giampiero Galeazzi, poi sostituito nel tempo da Fabrizio Maffei, Jacopo Volpi, Claudio Icardi e dalla prima donna inserita in pianta stabile nella trasmissione, Donatella Scarnati. Proprio Galeazzi ebbe la sventura di riferire all�interno di Novantesimo due vicende di cronaca. La prima fu la morte di Vincenzo Paparelli prima di un derby Roma-Lazio durante un collegamento pre-partita: Valenti, che amava raccontare lo sport ma non le sue degenerazioni, aveva appena concluso un intervento nel quale raccomandava ai tifosi di stare tranquilli e di vivere il calcio come uno sport. Dopo il collegamento, visibilmente alterato e sconfortato, sbatt� i fogli e chiuse la breve trasmissione ripassando la linea a �Domenica In�.

L�altro episodio � legato al calcioscommesse del 1980, agli arresti di calciatori e dirigenti effettuati dalla polizia nel dopopartita: fu Galeazzi a riferire, in diretta, della presenza degli agenti, mostrando, sulla pista di atletica dell�Olimpico, la presenza di un taxi che serviva per prelevare l�arbitro, e raccontando quanto stava avvenendo.

Paolo Valenti dominava la trasmissione, sia perch� era una sua creatura, sia perch� univa una grandissima professionalit� (costruita grazie alla radio fin dagli anni Cinquanta) a una simpatia e bonomia innate che trasparivano dal video. Nando Martellini, che di Valenti � stato grande amico oltre che collega, racconta che, una volta spenta la luce rossa della telecamera, con Paolo non si parlava pi� di calcio, ma di qualsiasi cosa, sempre piacevolmente e con competenza.

La padronanza del mestiere consentiva a Valenti spesso di correggere l�errore del collega che aveva appena riferito sulla partita, ripetendo l�informazione in modo corretto, ma dando l�impressione ai telespettatori non di correggere, ma di integrare. Il �richiamo in diretta� lo faceva solo in casi estremi, come quello di Pesaola-Passarella, ma anche quando da Bologna una volta Roberto Scardova, nell�intervallo tra il primo e il secondo tempo, stava per mandare in onda le immagini di un gol, cosa assolutamente vietata dagli accordi con la Lega Calcio.

Dall�autunno del 1976, e cio� dall�avvento di �Domenica In�, Valenti moltiplic� i suoi interventi in video: un breve pre-partita con almeno un paio di collegamenti dai campi, l�aggiornamento di tutti i risultati durante l�intervallo (le variazioni erano comunque titolate in sovrimpressione nel corso di �Domenica In� o �Discoring�), l�intervento con tutti i risultati finali della schedina, e infine �Novantesimo minuto�.

La formula, vincente, rimase invariata, con una serie di avvicendamenti tra gli �inviati dalle sedi� fino a quando la trasmissione rimase di competenza del Tg 1; pi� avanti, fu introdotta l�abitudine di accompagnare il �rullo di coda� della trasmissione con tutti i gol della giornata.

Paolo Valenti condusse �Novantesimo minuto� fino a quando le forze glielo consentirono, anche malato, quando i medici, dopo un�operazione e una lunga degenza (durante la quale lo aveva sostituito Galeazzi), gli avevano dato solo un anno di vita. La sua ultima trasmissione, nel 1990, fu straziante per chi la ricorda: Valenti aveva capito che sarebbe stata l�ultima, il suo volto, la sua voce non erano pi� quelli consueti, ma tenne duro fino alla fine. Poi decise, d�accordo con il capo dello sport del Tg 1 Tito Stagno e con il direttore Bruno Vespa, di passare la conduzione a chi riteneva il pi� adatto a mantenere lo spirito di �Novantesimo�, il giovane Fabrizio Maffei, apprezzato nella redazione sportiva per le sue capacit� di coordinatore dietro le quinte. Maffei in pi� occasioni ha detto di ricordare Valenti come uno dei suoi maestri e dei suoi riferimenti.

Nel primo �Novantesimo� dopo la morte di Valenti (che i colleghi decisero quel giorno ancora dovesse essere firmato da lui, come fosse vivo), fu commovente il ricordo di Martellini, che apr� la trasmissione, e sciogliendo una sorta di �impegno� di Paolo con i telespettatori, disse che Valenti era tifoso della Fiorentina. La sua imparzialit� non aveva mai fatto capire se facesse il tifo per qualche squadra, nonostante un vago accento che tradiva le origini toscane anche se era nato a Roma.

Con il passaggio della trasmissione dal Tg 1 alla Tgs (ora Raisport), Maffei dovette lasciare nel �91 la conduzione a Galeazzi; la riprese nel �99, dopo essere stato per qualche tempo direttore di Raisport; l�anno scorso, la modifica della formula con il ritorno della moviola � che gi� negli anni passati aveva fatto capolino con Pizzul- affidata questa volta a Carlo Longhi, e la presenza di Giorgio Tosatti come commentatore. Quest�anno, la conduzione � passata a Paola Ferrari.

Giusto citare anche i curatori della trasmissione dopo Valenti: oltre allo stesso Maffei, si sono succedute dietro le quinte le presenze di Mario Giobbe, Jacopo Volpi, Ignazio Scardina, Maurizio Vallone. Altre figure importanti nella storia della trasmissione quelle di Armando Pizzo e Ignazio Schino, �ombre� di Valenti nei primi anni della riforma, e poi di Nila D�Alessio, addetta alla segreteria organizzativa �di fiducia� sia di Paolo Valenti che di Fabrizio Maffei.

Il racconto su �Novantesimo minuto� finisce qui; il calcio cambia, sono cambiate anche le trasmissioni storiche che lo accompagnano. Riascoltare quella sigla ci fa tornare per quindici secondi agli anni in cui il calcio era pi� romantico, in cui brindavi se la squadra del tuo cuore aveva vinto o perso, in cui aspettavi febbrilmente di vedere Paolo Valenti dire, sorridente: �Amici sportivi, buon pomeriggio�. Chiudi gli occhi, e finita quella sigla, ti pare di vederlo, con la scenografia di oggi ma seduto alla sua scrivania, un po�pi� imbiancato, salutare con la stessa frase; chiss�, forse oggi conduce una particolare versione di �Novantesimo minuto� per gli angeli... Paolo, ci manchi.


Davide Camera
(PAGINE 70)

tratto da www.pagine70.com

giovedì 24 maggio 2007

solo per segnalare


solo per segnalare, cordiali sodali miei della comune hippie - yuppie, che la mia stazione radio preferita, dagli anni '70 ad oggi, è, e non potrebbe essere altrimenti, come direbbe il compianto Rufus Campbell, Radio Lifegate.
La trovate su www.lifegate.it oppure nell'etere plastico.
(sotto l'egida di Scientology).
SYS

giovedì 17 maggio 2007

...prossimamente...

- se ne avrò voglia - prossimamente in questo blogs:

-quando ho conosciuto i Nirvana
-come fare a distinguere gli euro dalle lire
-la notte in cui Liam Bocanegra imparò tutte le bandiere del mondo a memoria

...
ma soprattutto::
-la vera storia di glen matlock!

the 13th

Il pezzo che mi è sempre piaciuto di più del disco "The 13th" dei The Cure (album tra i più vituperati e deprecati del Gruppo, soprattutto dai fans della prima ora - un mio conoscente racconta di aver gettato dal finestrino la cassetta, in un primo ascolto in auto -) è l'omonimo "The 13th".
La sghemba e claudicante ballata in stile "The Lovecats" (ignobile plagio! dirà a questo punto il fan della prima era) mi ha sempre fatto pensare ad una ragazza ubriaca (non brilla, non sbronza), sui 30 anni, che sale in macchina e - forte del suo stato psicofisico - affronta la pianura in una giornata di mezza pioggia, scarrocciando sulla sede stradale senza arte, nè parte.
Giunta in un paesino dall'aria medievale, incontra una via con pista ciclabile a lato, segnalata da piccole piramidi in acciaio sul bordo, e, volendo o no, ci passa sopra, dando alla propria vettura un andamento irregolare, e sobbalzando con forti scossoni ed impennate da un lato all'altro della monocorsia.
Il fan della prima ora dei The Cure, seduto ad un tavolino di un caffè all'aperto, nella piazzetta in cui sfocia l'amabile viuzza, sta leggendo il New Musical Express, e, sentendo il voluminoso ciancicare della macchina, alza le sopracciglia con sospetto, indi distoglie l'occhio dal periodico e osserva la corsa improvvisata dell'automezzo. Poi piega il giornale, lo ripone, e, mentre la vettura scivola via verso le nuvole ormai rosa, si rimette le cuffiette e fa "repeat" sul file dei The Get Up Kids.

martedì 15 maggio 2007

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mercoledì 9 maggio 2007

cento! cento! cento!

a noi di Mondo Capellone, ci piace avere una passione sopra tutte: il ROCK N ROLL.
Il rock n roll fu inventato per dare in mano ai giovani virgulti della Nazione qualcosa al posto delle pistole.
Oggi, è l'arma impropria più diffusa del globo, capace di scuotere coscienze e ginocchia al medesimo tempo e di coagulare attorno ai 4/4 passione e bizness in egual misura.
Il rock, nato da un'allusione sessuale, ha figliato in giro per il mondo, dando agli anni più bui del secolo scorso un genia di monelli infernali, concepiti coi partner più improvvisati : il combat-rock (dall'unione con la politica), la psichedelia (unitosi con la droga), la new wawe (partorita con la pop-music), la ambient (flirt con l'arredamento), l'heavy metal (coito con la musica sinfonica), il surf (avventura col bagnasciuga) e, soprattutto il punk (madre ignota).
Oggi, di tutto questa sarabanda, non ci resta che il sangue che scorre nelle nostre vene.

martedì 8 maggio 2007

finalmente nel 1977

Il presente blog nasce nel 1977, all'interno di un vagone della metropolitana di Londra, all'altezza di Belsize Park.
In un incidente causato dall'eccessiva velocità e da un guidatore alticcio, la testa del capellone irlandese Mitchell O'Scarnahan viene scollegata dal corpo ed inizia a viaggiare per il mondo, incosciente della propria immaterialità: attorno ad essa, ed alle proprie meravigliose qualità, si accrocchia una vasta congrega di elitisti, che il pianeta conoscerà come Mondo Capellone, e che si diffonderà, al pari di una gramigna psichedelica, con il fine unico di insaporire la galassia.

Io sono qui, al tempo presente dell'indicativo, solo perchè ho qua al mio fianco, seduta su di un futon marrone a squame, la testa del suddetto, ornata solo della sua luccicante inossidabilità, e la mia unica missione è di far sì che in ogni angolo del mondo, in ogni situazione imbarazzante, vergognosa, angosciante o, nel suo piccolo, contundente, ogni ragazzo, ragazza, pianta grassa o labrador, possa esclamare, in un'estasi scomposta ed inarcando verso l'alto le sopracciglia, "MONDO CAPELLONE!".