
Mi ricordo di quand’ero un ragazzo – all’incirca 15 anni – un adolescente confuso e costipato, negli anni del cambiamento. Partecipavo alle lezioni di un istituto tecnico, sarà stato il 1976. Il mio hobby era incidere sui banchi verdi di formica della scuola i nomi dei gruppi heavy metal che seguivo con grande trasporto. Il mio secondo hobby era incidere sulle panchine di legno i nomi dei gruppi heavy metal. Il mio terzo hobby era scrivere col pennarello sui muri dei bagni i nomi dei gruppi heavy metal. Ogni tanto scrivevo il nome di qualche ragazza, per far capire a me stesso che non ero un bambino. Tutti i miei amici portavano capelli lunghi, e giubbotti di pelle nera, o giubbotti di jeans con toppe cucite. Erano tutti bravi ragazzi, proprio buoni, non avrebbero fatto male ad un ratto. La sensazione più viva – me lo ricordo bene – è il freddo che provavo alle fermate del bus. Più c’era da aspettare, più il freddo aumentava, umido, tagliente, sgradevole come una malattia. Ogni tanto faceva così freddo, che mi usciva il sangue dal naso: ricordo chiaramente quel sapore di ferro sulla lingua, che scivolava in gola come uno sciroppo: l’acre sensazione della povertà. Pensavo che se fossi nato in Svezia, sarei morto da piccolo, come un cugino di mio nonno. Oppure avrei passato la vita al chiuso: casa, scuola, lavoro, sala da ballo, tutto al chiuso, sino all’ospedale ed al cimitero. Un’altra cosa che ricordo è che ero sempre raffreddato: sarà stato tutto quel freddo, o un’allergia mai scoperta. La città in cui vivevo era moderna, sporca, costipata e fredda. Anche d’estate era fredda: certo, saliva di molto la temperatura, ma era comunque fredda dentro, le panchine erano dure, le biblioteche tristi e gli amici migliori avevano sempre qualche parente al sud da raggiungere per un mese di mare di cui lamentarsi per troppa noia. La scuola era, insieme, uno strazio, una penitenza ed una vergogna. E mi piaceva, tra l’altro. Cioè, mi sarebbe piaciuto esser bravo a scuola, e poterla amare. Ma nelle mie condizioni mi portava, al massimo, ad alternare al rancore per gli insegnanti una speranza insensata di cambiamento, sempre frustrata, ma sempre viva. La mia famiglia mi amava, i miei amici mi amavano, persino i professori erano attratti dalla mia curiosa insensibilità e dalla svogliata pacatezza con cui affrontavo i giorni, come se oltre a girare il calendario, non avessero altra utilità. Con un po’ di soldi, o del talento, o della forza di volontà appena accennata, avrei persino potuto avere una ragazza, ed allora avrei fatto della timidezza un vezzo e della pigrizia un passatempo snob. Ma ciò, non successe mai, negli anni ’70.
(1- continua)

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