mercoledì 27 giugno 2007

Life begins at the hop


La canzone ideale per prepararsi ad uscire e divertirsi, tra le 6 e le 7 del sabato sera, con ancora “Top of the Pops” negli occhi, e le prime immagini del calcio giocato, dopo una settimana di chiacchiere, è, senza dubbi, “Life begins at the hop” degli XTC, gruppone inglese di fine settanta-inizio ottanta, o, almeno, così credo, dai giornali dell’epoca s’apprende poco..
Il pezzo, in sé, non è altro che un trascinante chumbawamba di percussioni e coretti che mi rapiscono il fondo dello stomaco, rovesciandolo come un calciobalilla per fare uscire la pallina incastrata, ma c’è dell’altro.
Pare che, scenograficamente parlando, sia quel perentorio “Life begins at the hooop..Boys and giiiirls!”, che mi spinge alla chiamata imperativa: scatta il tempo del bagordo e della ciacola selvaggia. La pensa così quel ramo del lago di Killarney che volge a Mortlock, dove le moto d’acqua impennano le imprecazioni dei turisti, peggio del geyser di mezzanotte, sotto la falce di luna a martello sul mare, in un fervido cielo comunista.
Comunque sia, aspettavo sul cancello il primo amico, che doveva inarcare la serata, innescando la solita balalaika di gozzoviglie, canticchiando il succitato motivetto con fare da boy-scout, quando vidi la strada, già umida di condensa serale, attraversata da una fila di preoccupazioni. Erano, ma non lo sapevo ancora, nonostante la mia aria da preveggente, le ombre della mia giornata, spessa e senza senso, guasta come una torta lasciata a lungo in frigo sul ripiano sbagliato.
Quando dovetti scegliere tra il bene e il male, scelsi il reggae, ed una ragazza col contorno occhi troppo marcato, che girava in casa con addosso la maglia di Brian Leetch, ma il tempo delle certezze se n’era andato, non eran più gli anni settanta.
Allora bastava una serenata di parole e un po’ di whiskey scozzese per orientare una vita, ma, oggi, un tecnico informatico vale meno di un cambio di direzione della banderuola fatta a forma di gallo sul tetto. Questo pensavo allora, e questo mi ricordo oggi, se penso a Life begins at the hop.

domenica 24 giugno 2007

Rock n roll all nite.


Dentro lo zaino, tutto il necessario. Cercasi nuovo alloggio sfitto. Una pila di moduli più morti che vivi e le tasche piene di biglietti usati. E…come dicono nelle canzoni? Tanta voglia di ricominciare.. Il tutto senza la voglia di ricominciare. L’autobus è più bagnato dentro che fuori, e la pioggia ha allagato le pozzanghere, di un nero brillante. Dopo due ore di sonno la cosa non è migliorata. I punti interrogativi nella mia testa sono come conigli in un prato e le certezze più assenti di un uomo onesto in un pub. Guardo me stesso da fuori, come fosse un’altra persona e provo frustrazione per quel poveretto. Potrei spendere tutte le mie sostanze in viaggi, fino all’esaurimento. Questo sì, vabbè, ma poi, da domani pomeriggio? Un nucleo di case, ad un tratto, è una piazza, e con la gente, persino. Mi incollo al vetro a guardare e rifletto, in trasparenza, la mia immagine. Al momento, non posso permettermi i colori. Gli uomini, imbastiti nei k-way e nei berretti osceni, ostentano disciplina. Le donne difendono costose permanenti. I ragazzini sollevano polveroni d’acqua, correndo come pixel in un videogame. Penso che, coi miei mezzi, potrei essere un intellettuale. Ma figurarmi il peggio non serve più. E’come ripercorrere il passato, cancellando i giorni tristi: un’inutile, quanto pretenzioso ghirigori.
Il mio amico Jeremiah Trust, quando, nel Lancashire, faceva strage di fanciulle, e surf sui reati minori, amava dire “ognuno è schiavo solo di sé stesso, oltre che, naturalmente, delle tasse”… che grande pensatore. Sembrava un tonto, ma oggi riempie gli stadi. Infatti, da due anni, installa i seggiolini blu.

mercoledì 20 giugno 2007

Un anno nella vita (cavallo nero in C5).


Un dentista è seduto in un bar.
Guarda la palla di vetro che ha in mano, la gira al contrario e fa cadere la neve sulle case.
Sogna le carie e la moglie, di cui ha nostalgia.
Ma è il dentista della mala e gli toccan solo i denti del giudizio.
Possibilmente abbreviato.

Questa è una storiella triste che girava, anni fa, in un pub di Limerick, quando passavo la sera con Johnny Boat e Tudon Tranquillity, facendomi chiamare Radon Bonk, come l'eroe dei fumetti che mi ero inventato sui banchi di scuola. Così, tanto per cambiare identità ogni qual volta mi tornasse comodo.
E comodo lo era davvero, il Bowery Glystrom, una catapecchia splendente di luce interiore, così lercia ed accomodata, da fare ombra al nascente supermarket che metteva i denti da latte nell'isolato a fianco.
In quel periodo, portavo i capelli tagliati "a scacchiera": tale taglio veniva così denominato, poichè il mio barbiere di fiducia, Lazlòtoz, amava, durante l'operazione di sistemazione della mia acconciatura, giocare a scacchi con alcuni amici abitudinari avventori del suo esercizio, il tutto con intuibile pregiudizio per il risultato finale del proprio lavoro. Ma, avendo investito l'intero mio capitale estivo nel catalogo integrale della 4AD, non potevo permettermi un Jean Louis David di circostanza.
E Limerick, sullo sfondo e dentro lo sfondo, città regale e chiatta fatiscente, di quell'anno me la ricordo come l'apparizione più degna. Una calda e frusciante sensazione di creatività, che, in ogni caso, non usciva mai da sè stessa, avvolgeva i nostri cuori ed appagava i nostri polomoni, come inchiostro di Pall Mall.
La "Città dei Coltelli", come da ambiguo ed abusato clichè per turisti maldestri, rivelava un'anima accorata, semplice e ansiosa di piacere a tutti, soprattutto a chi non sarebbe mai più tornato in quel posto di stracci. Il lato maledetto lo celava tra le mura amiche, dentro i bicchieri capovolti ad asciugare sugli scaffali dei bar.
Accidentalmente, e senza alcun preavviso, si era fatto il 92, Sarajevo era appena stata circondata dai Serbi, ed al cinema sarebbe stato l'Anno delle Iene. Nello stereo giravano Check your head e Slanted & Enchanted.
Stonati ed incantati lo eravamo pure noi tre, andando a zonzo dal mattino alla sera, cercando di riempire lo zaino con le colazioni degli alberghi dove non avevamo passato la notte.
Fu in una di quelle mattine, col sole a compasso e la nebbia negli occhi, che ho conosciuto i Nirvana.
(1-continua )