
Vengo da Detroit – dissi – ma mentivo. Sapevo mentire bene, però, e, nonostante venissi da Hope Carnaghan e fossi cresciuto a Camogli, il sapore del cheeseburger me lo ricordavo ancora bene.
Sotto scatoloni e scatoloni di carta da macero, nella cabina di un autocarro di terza mano, stavo per giungere alla New Orleans dei nostri territori piani, ovvero Casalpusterlengo.
Tornavo dopo sette mesi di assenza, per giocare la terza di ritorno sul parquet dei padroni di casa.
Conduceva l’auto veicolo Giannanzio Zucci, il pivot di terza mano, che mi accompagnava in questa rentrée mnemonica, dopo aver giocato per i Diavoli Tasmaniani di casa qualcosa come 756 partite consecutive, alcune senza uscire da casa, essendo figlio del custode del palazzetto
L’altare della patria stava dietro il tabellone messo a destra rispetto alla porte d’ingresso.
Musica rap di bassa lega usciva dalle finestre del palazzo, mentre nella mia testa un quartetto hardcore di Brooklyn (Arizona) continuava a tenere il tempo di una guerra santa ormai finita da secoli, ma attiva nelle memorie.
Parcheggiammo ad occhi chiusi di fianco al Bar Tonello, scendendo le borse senza parlare, come d’altra parte facevamo da un paio d’anni.
La partita era al crepuscolo del primo quarto, con i locali che tenevano il ritmo di una compagine avversaria feroce e volitiva, mi pare proveniente dalla Liguria.
Scesi negli spogliatoi sottomesso dall’antibiotico che avevo ingurgitato senza posa nelle ultime 24 ore, mentre il caro Zucci aveva già elencato i suoi 195 centimetri sotto la canotta e sopra i calzoni, con l’ansia di un petardo a capodanno.
Senza parlare col coach, entrammo rimediando un tecnico a testa nei primi 5 minuti. Poi calò l’intervallo e ai compagni che ci chiedevano del viaggio in Venezuela, rispondevamo sciorinando quesiti tattici e schematismi d’accatto per far vedere che ci tenevamo, se non a vincere, almeno a perdere bene.
Nel terzo quarto facevo 12 punti, senza neanche un passi, e nel quarto Giannanzio prese otto rimbalzi prima di venire cacciato per improperi ingiustificati ripetuti ed aggravati verso gli arbitri, aggravati dalla sua lieve forma di dislessia incipiente, che lo rendeva antipatico ai limiti della persecuzione. Misi dentro le ultime quattro caravelle da fuori perimetro, prima di addensarmi in panchina per i fuochi d’artificio del 99 pari.
- Quando giocavo da queste parti, mi chiamavano il play con la cravatta. Per la mia eleganza sul linoleum! – avrei raccontato anni dopo, ad una zitella del New Jersey pugliese rimediata dopo un tete-a-tete con un cameriere fan del Commissario Montalbano.
Durante il supplementare, sentivo chiaramente Zucci che, fatta la doccia, accendeva il vecchio Ford, sognando di tangenziali immacolate, strisce continue al limite del crepuscolo, autovelox intermittenti che si spegnevano al nostro passaggio, bruciati come lampadine di Natale, cartelli verde acqua che limitavano villaggi inesistenti, creati ad hoc per le uscite autostradali, piazzole di sosta più affollate delle profumerie di san Valentino, sorpassi folli al ritmo di un boogie sudista, al sound di cecchini in tuta arancione che sparavano ai coni di gomma dei lavori in corso, mentre conigli elettronici brucavano veloci l’erba sintetica delle rotonde sponsorizzate Auchan. Fu durante tutto questo che firmai l’ultimo canestro da sotto, salutando con un cenno delle dita compagni ed avversari. L’indomani aveva il sapore di un nuovo viaggio; rimontai la borsa, caricai il vecchio Ford, che ne aveva bisogno: avremmo giocato a Sant’Arcangelo di lì a 12 ore per due squadre post-aziendali.
