venerdì 7 settembre 2007

Monk.


Il programma televisivo che più piace a noi Capelloni squattrinati è, si sa, Dharma & Greg, ci fa impazzire anche solo recitarne il nome. Ma se c’è una cosa cui non possiamo rinunciare è il telefilm sul detective Monk. L’ipocondriaco personaggio, investigatore scontroso e maniaco compulsivo è entrato nei nostri caldi cuori come un terzino in tackle duro. Ora in Italia non lo trasmettono più, e ci dispiace un po’. Ci dispiace un po’, in effetti, dover lasciare il Paese ed emigrare all’estero per vedere Monk, ma è quello che faremo di qui a poco, se non ce lo ridaranno.
Il fatto è che Monk è un personaggio TROPPO rock n roll.
Ricapitoliamo i fatti. Anzitutto, se ne frega di tutti gli altri (80 punti RnR)! Poi è gentile con tutti e non vorrebbe mai prevaricare le persone (45 punti RnR). E’ attento ai particolari e sa che lì si cela il vero senso della vita (77 punti RnR). E’ perennemente in lotta con sé stesso (50 punti RnR). Ma soprattutto, è un gran figo senza dover scendere a patti con gli stereotipi per esserlo (666 punti RnR). In buona sostanza, come direbbe lo zio di Johnny Stecchino, Monk è il Mick Jagger degli investigatori, il Kurt Cobain dei detectives, il Maigret dell’underground, il Joe Strummer dei piedipiatti, il Derrick dell’hardcore. Qualcuno, dall’altra parte dell’oceano sostiene addirittura che Paul McCartney sia morto da tempo e che quello che suona adesso in giro sia Monk. O che Monk sia il clown degli Slipknot. Il che conferma la nostra tesi personalissima, ovvero che Monk e Mike Patton siano la stessa persona. (Pardon, Genio).

Per protestare vibratamente contro la sospensione della serie tv Monk, scrivete a :
http://www.mediaset.it/brand/rete4/programma/schedaprogramma_758.shtml?form_

Jackscrews of emptyness


Una delle cose migliori che ho vissuto nel mio soggiorno a Saint Mirren fu senz’altro la svolta emo-core dei Dazzling Fury. Avevo appena finito di buttar giù una roba per la compilation dell’etichetta NO.1 e stavo gigioneggiando al pub, tra uno Scozia Irlanda di rugby ed il torneo regionale di freccette, che accendeva gli animi più di un discorso elettorale. Disegnavo le copertine per i dischi dei piccoli gruppi della zona, tentando di raggranellare la razione settimanale di fish&chips, ed in quel momento non avevo granchè da fare. La mia amata Joleanne mi aveva mollato per un nuovo guardaroba di classe, ed i vecchi amici eran scesi in sciopero contro la mia nuova vena di scontrosità. Avevo la verve di un aspirapolvere scollegato e la presentabilità di un tossicodipendente reduce da varicella. Fu a quel tavolo del Ginger Roomy Pub che mi svegliò il piccolo Toby Toddle, urlando a squarciagola “SALA PROVE!”, come se a quel grido avesse dovuto partire un reggimento di cavalleria contro il nemico arrembante alle porte. La sala prove era un ex frigo di un ex macelleria dove, in quel momento, ex giovani smanettavano su strumenti che avevan visto tempi migliori. Mi chiesi subito perché lo avessi seguito. L’odore di fritto e cavi bruciati copriva a malapena quello di spazzatura marcescente sul vicolo di fronte, annichilendo ogni ipotesi di appetito. Gary, Fran e Trujillo stavano esaltati come meloni di fronte alla primavera. Gary è sudicio e volgare nel proprio atteggiarsi a rockstar dei bassifondi, con la sua aria sgualcita da poeta francese morto suicida e reincarnatosi in una ballerina. Fran si veste male e perde tempo, irrita gli altri e incita alla violenza. Trujillo c’entra nel tutto come una duchessa in una miniera di rame, suona per vivere e non lo fa bene. Insieme formano i Dazzling Fury per finire gli alcolici avanzati nei pubs e cercare la terza via tra scrivania e riformatorio. Alla base del gioco, sentirsi grandi senza smettere di essere giovani. La cosa stava prendendo una brutta piega da un po’. Da quando un tizio barbuto di nome Uri Glove era stato chiamato al loro posto per suonare nella “Battaglia degli scantinati” di Granville Town, l’umore era oscillante tra il funereo e il Dracula. Il rock scheletrico dei primi tempi batteva i denti e la new wawe sapeva di seconda mano più di una Vauxhall col mangianastri. Ma quel pomeriggio era entrato tutto: tre pezzi nuovi e due ballate fuori sincrono da sminuzzare. La perfetta fusione tra il garage degli esordi ed il cinema francese: guerra e spocchia, dentisti e poeti, ansia e vendetta, furia e termoregolazione, occasioni perse e coppe del mondo regalate ai parenti. La svolta c’era stata ed era meglio di come tutti la pensassero. Proprio come quelle vecchie e sudicie scarpe da ginnastica, ora il mondo sarebbe stato ai loro piedi.
(! – continua!)

Difficult to cure.


Mi ricordo di quand’ero un ragazzo – all’incirca 15 anni – un adolescente confuso e costipato, negli anni del cambiamento. Partecipavo alle lezioni di un istituto tecnico, sarà stato il 1976. Il mio hobby era incidere sui banchi verdi di formica della scuola i nomi dei gruppi heavy metal che seguivo con grande trasporto. Il mio secondo hobby era incidere sulle panchine di legno i nomi dei gruppi heavy metal. Il mio terzo hobby era scrivere col pennarello sui muri dei bagni i nomi dei gruppi heavy metal. Ogni tanto scrivevo il nome di qualche ragazza, per far capire a me stesso che non ero un bambino. Tutti i miei amici portavano capelli lunghi, e giubbotti di pelle nera, o giubbotti di jeans con toppe cucite. Erano tutti bravi ragazzi, proprio buoni, non avrebbero fatto male ad un ratto. La sensazione più viva – me lo ricordo bene – è il freddo che provavo alle fermate del bus. Più c’era da aspettare, più il freddo aumentava, umido, tagliente, sgradevole come una malattia. Ogni tanto faceva così freddo, che mi usciva il sangue dal naso: ricordo chiaramente quel sapore di ferro sulla lingua, che scivolava in gola come uno sciroppo: l’acre sensazione della povertà. Pensavo che se fossi nato in Svezia, sarei morto da piccolo, come un cugino di mio nonno. Oppure avrei passato la vita al chiuso: casa, scuola, lavoro, sala da ballo, tutto al chiuso, sino all’ospedale ed al cimitero. Un’altra cosa che ricordo è che ero sempre raffreddato: sarà stato tutto quel freddo, o un’allergia mai scoperta. La città in cui vivevo era moderna, sporca, costipata e fredda. Anche d’estate era fredda: certo, saliva di molto la temperatura, ma era comunque fredda dentro, le panchine erano dure, le biblioteche tristi e gli amici migliori avevano sempre qualche parente al sud da raggiungere per un mese di mare di cui lamentarsi per troppa noia. La scuola era, insieme, uno strazio, una penitenza ed una vergogna. E mi piaceva, tra l’altro. Cioè, mi sarebbe piaciuto esser bravo a scuola, e poterla amare. Ma nelle mie condizioni mi portava, al massimo, ad alternare al rancore per gli insegnanti una speranza insensata di cambiamento, sempre frustrata, ma sempre viva. La mia famiglia mi amava, i miei amici mi amavano, persino i professori erano attratti dalla mia curiosa insensibilità e dalla svogliata pacatezza con cui affrontavo i giorni, come se oltre a girare il calendario, non avessero altra utilità. Con un po’ di soldi, o del talento, o della forza di volontà appena accennata, avrei persino potuto avere una ragazza, ed allora avrei fatto della timidezza un vezzo e della pigrizia un passatempo snob. Ma ciò, non successe mai, negli anni ’70.
(1- continua)