
Una delle cose migliori che ho vissuto nel mio soggiorno a Saint Mirren fu senz’altro la svolta emo-core dei Dazzling Fury. Avevo appena finito di buttar giù una roba per la compilation dell’etichetta NO.1 e stavo gigioneggiando al pub, tra uno Scozia Irlanda di rugby ed il torneo regionale di freccette, che accendeva gli animi più di un discorso elettorale. Disegnavo le copertine per i dischi dei piccoli gruppi della zona, tentando di raggranellare la razione settimanale di fish&chips, ed in quel momento non avevo granchè da fare. La mia amata Joleanne mi aveva mollato per un nuovo guardaroba di classe, ed i vecchi amici eran scesi in sciopero contro la mia nuova vena di scontrosità. Avevo la verve di un aspirapolvere scollegato e la presentabilità di un tossicodipendente reduce da varicella. Fu a quel tavolo del Ginger Roomy Pub che mi svegliò il piccolo Toby Toddle, urlando a squarciagola “SALA PROVE!”, come se a quel grido avesse dovuto partire un reggimento di cavalleria contro il nemico arrembante alle porte. La sala prove era un ex frigo di un ex macelleria dove, in quel momento, ex giovani smanettavano su strumenti che avevan visto tempi migliori. Mi chiesi subito perché lo avessi seguito. L’odore di fritto e cavi bruciati copriva a malapena quello di spazzatura marcescente sul vicolo di fronte, annichilendo ogni ipotesi di appetito. Gary, Fran e Trujillo stavano esaltati come meloni di fronte alla primavera. Gary è sudicio e volgare nel proprio atteggiarsi a rockstar dei bassifondi, con la sua aria sgualcita da poeta francese morto suicida e reincarnatosi in una ballerina. Fran si veste male e perde tempo, irrita gli altri e incita alla violenza. Trujillo c’entra nel tutto come una duchessa in una miniera di rame, suona per vivere e non lo fa bene. Insieme formano i Dazzling Fury per finire gli alcolici avanzati nei pubs e cercare la terza via tra scrivania e riformatorio. Alla base del gioco, sentirsi grandi senza smettere di essere giovani. La cosa stava prendendo una brutta piega da un po’. Da quando un tizio barbuto di nome Uri Glove era stato chiamato al loro posto per suonare nella “Battaglia degli scantinati” di Granville Town, l’umore era oscillante tra il funereo e il Dracula. Il rock scheletrico dei primi tempi batteva i denti e la new wawe sapeva di seconda mano più di una Vauxhall col mangianastri. Ma quel pomeriggio era entrato tutto: tre pezzi nuovi e due ballate fuori sincrono da sminuzzare. La perfetta fusione tra il garage degli esordi ed il cinema francese: guerra e spocchia, dentisti e poeti, ansia e vendetta, furia e termoregolazione, occasioni perse e coppe del mondo regalate ai parenti. La svolta c’era stata ed era meglio di come tutti la pensassero. Proprio come quelle vecchie e sudicie scarpe da ginnastica, ora il mondo sarebbe stato ai loro piedi.
(! – continua!)

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