
Per chi capisce la musica, la musica è matematica. Per chi non capisce la musica, la musica è religione. Quando il Gruppo sale sul palco, le candele sono già accese e le fronti imperlate. I fedeli aggrottano le sopracciglia, in uno sforzo di udire l’inudibile: sfumature, accenni, occhiate, sospiri. Misurano le note adorando i watt e soffiano nella sera nuvole tiepide di piacere. Ogni canzone è una preghiera, ogni attacco una lode, ogni assolo un inno. I sacerdoti officiano il nuovo rito con fare disinvolto, tesi a non dare a vedere quanto percepiscono dagli sguardi perduti nelle teste ondeggianti. Sanno bene che le proprie solitudini non possono appiccicarsi a quelle degli spettatori, che vengono per essere guariti e non devono guarire. Almeno, non devono guarire chi è ammalato di quell’unica malattia che non può mai passare: l’adolescenza. Chi la cerca tutta la vita, sa già che non l’avrà. Chi cerca di sbarazzarsene, se la ritrova sotto il letto, nelle fessure dei termosifoni e sulle coccinelle attaccate agli asciugamani stesi. Ma il bassista queste cose, le sa. E sa che tutti lo vedono, mentre legge nelle menti di chi ascolta, e sa che non può fare a meno di farlo. Ogni ritornello è un’illuminazione, ogni verso un alleluia, ogni silenzio un’invocazione. Dopo i primi pezzi, un dolce calore mi avvolge le spalle, come un piacevole stordimento; allungo le braccia e faccio scrocchiare le ossa del collo. Mi sento creativo e profondo, diverso e popolare, radioso e protetto, ondeggio come un insegna gonfiabile in una stazione di servizio.

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