sabato 29 dicembre 2007

Mamma, mamma! Lasciami andare a vedere i Cure!


E’ il piovoso Febbraio del 1979. Il mio hit preferito per addormentarmi, accanto alle canzoncine della nonna è KILLING AN ARAB, una febbricitante storia di morte, razzismo e intemperanze cardiache in un paesaggio da incubo. Insomma il top per ogni pargolo del tempo. Giugno del 79. Ho quasi quattro anni e me la passo bene. Nella vecchia e fatiscente Londra, tre ragazzi immaginari del primo anno delle superiori cantano BOYS DON’T CRY. Mi faccio prendere dal messaggio e la faccio finita con il mio hobby preferito: frignare. Resisto senza un cedimento davanti a Furia Cavallo del West, ma anche a prove più impegnative, tipo Candy Candy o Dolce Remì, e, per la prima volta, sono orgoglioso di me stesso: per smettere di innaffiare il letto ci sarà tempo. L’assolo di chitarra romana ad inizio del pezzo mi fa salire l’adrenalina più della confezione da 12 delle Girella. Novembre 79: per il mio compleanno mi faccio regalare il singolone di JUMPING SOMEONE ELSE’S TRAIN. Mio padre ci rimane male perché voleva l’Autopista Polistil per fare Piquet contro Arnoux. Le bambine del condominio la pensano diversamente. Marzo 1980. All’asilo non me la passo tanto bene. L’ambiente è ostile e l’adolescenza mi rende inquieto. Inquietante anche il giro di basso di A FOREST. Il video, invece, è stupendo. Mi fa sentire parte di un qualcosa che ancora non so comprendere, figuriamoci spiegare, ma chi c’è passato sa di che cosa parlo (eh, che frase per un 5enne…). Marzo 981. Nelle balere di Brighton e sugli asettici arredi di Bath, accanto al Two-tone ed all’ondata ska, troneggia PRIMARY, in assoluto uno dei pezzi miei preferiti dei ragazzi. All’asilo non me la fanno sentire ed è la volta che porto le mie scarpette da ginnastica fuori dall’istituto senza voltarmi indietro. Ma pensando che il futuro non potrà essere che migliore. Ottobre 1980. Devo iniziare la scuola. Sono combattuto ed umorale per sta cosa. La Band lo comprende e fa uscire per me CHARLOTTE SOMETIMES. Pezzo di una bellezza malinconica e devastante. La canzone di tutti gli autunni della mia vita. Capisco che Smith e soci sono con me e affronto l’incombente del banco di formica senza troppi indugi. Luglio ’82. In parallelo con la sbornia dei Mondiali che mi ha fatto comprendere il concetto di “nazione” (ovvero, un complesso di persone che quando vince qualcosa perdona ai propri simili di averli odiati per il resto della propria vita), tra un autoradio sopra la finestra e una crema da barba alla menta, sento il gruppo di ragazzotti inglesi che fa uscire THE HANGING GARDEN, la cosa in assoluto più scura ed invernale che abbia mai partorito un’estate. Capisco, nei pochi minuti del primo ascolto, l’unico che conta, che la superficie delle cose, a volte, non corrisponde alla realtà e che quest’ultima ha tante facce quanti sono gli occhi che la guardano. Intanto la mia timidezza proverbiale giunge a livelli da Pronto Soccorso. Ma l’annata è propizia, nonostante i pareggi con Spagna e Germania Ovest abbiano fatto chinare il mento agli albionici e, con perfetto tempismo (grazie, cari…), i mitici, due giorni prima del mio compleanno, sfornano un hit-single da paura: LET’S GO TO BED, con un ritmo da codice penale (ma, ancora adesso non capisco bene perché volevano mandarmi a dormire così presto). Scorrono le stagioni, di pari passo con le formazioni della band, più vorticose delle gambe di Heather Parisi: in un nulla, tra un kubo di rubik ed il mio primo Commodore 64 (fornito con un gioco imbarazzante in cui si deve ricostruire un puzzle con le fattezze di Reagan, Thatcher, Mitterrand), mi ritrovo in un assolato ed affusolato giugno dell’83 (poco prima di partire per le mie famose vacanze..) il gruppo, al grido di “voglio vederti danzare”, edita THE WALK, ultimo hit single del periodo autenticamente dark, prima dello sfavillio delle successive gerarchie. L’umore dell’Occidente liberato non è dei migliori, ma i Nostri, con un contropiede degno del miglior Zibì Boniek, regalano, sul finire dell’ottobre omonimo, la canzone pop per eccellenza: THE LOVECATS in tre minuti ribalta sul dancefloor ogni convenzione a proposito del rock dell’oscurità e del malcontento praticato sin qui, con un ritornello che rende accattivanti anche Reagan e la Thatcher. Il videoclip mi fa venir voglia di partire per lo U.K. senza indugio. L’84 mi trova già uomo fatto, con pantaloni lunghi e personalità. Mastico per la prima volta il chewing-gum e non svengo se mi sbuccio le ginocchia. La primavera è un frullatore nello stomaco. L’anno è fondato su due giaculatorie: Platini – Giresse – Tigana – Fernandez. L’università del calcio con le bollicine di champagne. E Smith – Tolhurst – Anderson. THE CATERPILLAR è la filastrocca da antologia del buonumore, nonché la mia canzone preferita in assoluto, quando sono felice. Mi sveglio tutte le mattine con quel pezzo, sperando che indirizzi bene la giornata. Spesso non serve a niente. Sbaglio gol a porta vuota, sul campetto e nella vita, ma non mi sostituiscono più. E quella filastrocca mi tiene compagnia quando serve. E’ la mia droga e non mi può far male. Trascorre un anno tutto prima che i ragazzi mi mandino un messaggio nuovo. Nel frattempo girano il mondo in Tour, ammaliando folle e nazioni, aizzando balli e sconforti. Io, nel mentre, vado ad Albisola e Sampeyre. Al mare, in un negozietto sopra la focacceria, compro INBETWEEN DAYS, il singolo con le facce dei fantastici 5 colorate in reverse. Quel design mi fa impazzire. E’ lo stesso dei manifesti dei loro concerti, ma io non ne vedrò mai uno. In paga, consumo il disco, che raccoglie consensi (non era mai accaduto, e non era mia intenzione) addirittura tra gli amici dell’epoca. Quattro minuti di ottimismo ed autostima corroborati da un testo solo apparentemente innocuo. Ed in regalo, il miglior lato B della carriera: THE EXPLODING BOY, che la leggenda vuole esser dedicato all’ingrassato lìder Robertsmith in un rigurgito di conspevolezza. Inizio a giocare a tennis: la tecnica è buona, ma un atleta è una cosa diversa. Settembre 1985. Le radio cantano forte ed i ragazzi alzano il tiro, mentre io inizio la quinta elementare. Uno strike imperiale. Un tiro da tre da 9 metri. Un fuoricampo sulla tangenziale. Dagli altoparlanti e dalle cuffiette esce CLOSE TO ME. Un mosaico di colori. In assoluto il videoclip più bello mai sfornato dal gruppo, sotto le mani sapienti del fido Tim Pope. Anche gli inverni nebbiosi in collina sembrano eccitanti odissee sotto il cielo cangiante di Londra, che con quel sottofondo viene instaurato contro il soffitto della mia cameretta. Il pezzo segna la cuspide siderale della fine della mia infanzia. Si entra nel grande portone delle Medie. Gel e Coca-Cola rimpiazzano frangetta e uovosbattuto. L’87 vede i prodi guerrieri del dark-pop produrre l’effervescente quanto scombinata coppia di successi (tra Aprile ed Ottobre) di WHY CAN’T I BE YOU e JUST LIKE HEAVEN. Singoli tanto amati quanto bistrattati (dal pubblico e da me). Nel mentre passo dalla seconda alla terza. Vado in bici e becco legnate a tennis. Il tempo delle medie è tutto qui. Al Liceo si suona un’altra musica, ed i miei idoli musicali ben lo comprendono. Tra corridoi post-moderni e lezioni incomprensibili, i medesimi calano l’asso di bastoni. E’ l’Aprile 89 ed esce dalle radio LULLABY, il pezzo in assoluto più bello e stereofonicamente perfetto della carriera. Il singolo cupo e brillante che ogni rock band sogna. O, almeno, io la vedo così. Condito dal video delirante che affascina le folle ed i cinofili intellettuali. Sono pronto ad affrontare la vita quasi da adulto, ed ad esser rimandato in tre materie, mettendo in soffitta la mia boria da terzamedia. Tragica scelta estiva: rinunciare alle vacanze o trascurare i Mondiali di Italia 90? Ci penso un minuto, e poi mi godo tutte le partite della “rassegna iridata” (coll’indimenticabile corollario di BaggioSchillaciZengaCaniggiaOmambiyik), lasciando ad Agosto l’arduo compito di riabilitarmi agli occhi della società. Agosto che si chiude con la stampa di LOVESONG, ballatona strappacuore che rapisce con la sua semplicità, cucita apposta per far da colonna sonora alla mia seconda adolescenza (ne seguono almeno altre tre). Maggio 92. Al terzo anno, a braccetto con l’ingresso nella mia vita di Filosofia, ma con ben altra e soverchia importanza nella formazione del mio pensiero individuale, irrompe FRIDAY I’M IN LOVE, che violenta le classifiche ed invade persino luoghi blasfemi come Mtv, RadioDeejay e, udite udite, ItaliaUno. Ogni volta che lo ascolto m’irradia di gioia il corpo. M’innamoro di tutto. Non lo so ancora mentre lo ascolto, ma sarà l’ultimo singolo dei Cure che mi cambia la vita. Dicembre 2007. Sono passati 15 anni dall’album WISH. Poi raccolte, edizioni deluxe, altri dischi, videoclip, nuovi membri della band vestiti da ragionieri. Ma nessun singolo più per il quale sbriciolare i fogli del calendario. Ehi! Parte il nuovo tour mondiale! Mamma, mamma! Lasciami avere ciò che voglio: andare a vedere i Cure.

2 commenti:

Anonimo ha detto...

..solo due parole..semplicemente superbo.

Pereira ha detto...

Che dirti se non... Boy Don't Cry...